Ecco l'attesa 2^ puntata delle raccomandazioni per la prevenzione dei guai in acqua, molto indicate in questo periodo balneare. Attenzione, perché stavolta riguardano i bambini! E quindi si rivolgono a tutti gli adulti. Vediamone la ragione.
È ormai un fenomeno sufficientemente monitorato da ricavarne molti dati certi, resi disponibili da “ISS – Istituto Superiore di Sanità”, nel nostro Paese; e dalla stessa “OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità” a livello internazionale. E sono cifre che tracciano l’identikit di una tragedia silenziosa: 400 morti annegati all’anno in Italia, troppi dei quali – oltre un quarto – sono giovanissimi.
L’annegamento è in testa alle cause di morte in età pediatrica e si concentra nei primi 5 anni di vita in Italia, un dato quasi sovrapponibile a quello registrato negli Stati Uniti. E anche nella seconda fascia d’età studiata, tra i 5 e i 14 anni, resta saldamente compreso nel tragico podio. Purtroppo non è l’estensione delle coste marine a far alzare l’entità del problema, bensì la diffusione di acque interne, sia naturali sia artificiali, compresi gli impianti: quindi nella percentuale dei casi la fanno da padrona laghi, bacini irrigui, cave allagate, fiumi, torrenti, piscine, fontanili e vasche d’ogni genere.
Specialmente d’estate, quando subire l’attrazione fatale di ogni punto d’acqua, già istintivo per ogni bambino, diventa ancor più naturale data la spontanea ricerca d’un refrigerio alle calure del periodo. Non è un caso che proprio in un paese circondato dai mari come il nostro si registri purtroppo una ancora insufficiente cultura della sicurezza e della prevenzione incidenti in acqua: è certificata addirittura una sorta di “emergenza nuoto” tra i 7 e i 18 anni (non compiuti) d’età in cui 2 milioni di ragazzini – cioè oltre il 30% – non sanno nuotare per niente. Se ci si aggiungono quelli che saprebbero a malapena galleggiare in maniera stentata il dato arriva a superare il 40%.
Il mondo della Pediatria che lancia questo allarme lo rivolge naturalmente a tutti gli adulti di riferimento. Anzitutto perché aumenti la consapevolezza che il nuoto dovrebbe essere inserito tra le attività educative di base, avviando all’acquaticità tutti gli under-18 e specialmente tutti i bambini dai 5 anni fino ai 10: invece, mentre si fa educazione stradale nelle scuole, per esempio, altrettanto non si fa circa il rapporto con l’acqua, che viceversa può interessare il giovane molto prima di una bici, di un motorino o di un’auto.
Così come nessun genitore si sognerebbe mai di far attraversare da solo la strada a un bambino senza avergli insegnato come si fa, mentre in troppi lo lascerebbero giocare tranquillamente da solo in riva al mare o in qualsiasi piscina, magari contando che ci sia e risulti sufficiente la regolamentare sorveglianza del bagnino.
Ma il Dr. Pasquale Longobardi, direttore del Centro Iperbarico di Ravenna e presidente di “SIMSI Società Italiana di Medicina Subacquea, Iperbarica e delle attività natatorie”, con al momento ancora in cura un bambino pugliese e uno romano per sindrome da sommersione, intervistato in questi giorni avverte: «Quando c’è un bagnino a sorvegliare si tende a stare più tranquilli. Invece no. I bagnini sono istruiti per riconoscere situazioni ambientali di pericolo e per intervenire in caso di incidente. Ma non possono avere sotto gli occhi ogni singolo bagnante».
Lo stesso specialista, che con SIMSI svolge vari programmi nelle scuole per la formazione ai bambini sul comportamento da tenere in acqua, conclude con quella che appare intanto come l’unica vera prevenzione, che solo dall'adulto consapevole può essere esercitata: «La prima regola, in acqua, è “mai soli”: a costo di organizzare turni di genitori, i bambini vanno guardati a vista e la distanza, al massimo, deve essere quella di un braccio per evitare di arrivare troppo tardi in caso succeda qualcosa di grave. Ma bisogna anche spegnere i cellulari, fonte di distrazione; evitare che i bambini facciano gare di apnea; dotarli di un giubbotto di qualità invece che di salvagente (quindi niente ciambella – ndr) e braccioli…».
Il messaggio è chiaro al punto da apparire brutale e riguarda ogni adulto di riferimento: babbi, mamme, nonni, zii ... pensateci, fateci attenzione in questi giorni, i più tipici e diffusi per le vacanze balneari!
La cronaca ricostruibile di quasi tutti gli eventi che hanno provocato la morte di bimbi per annegamento indica impietosamente che questo esito tragico sarebbe stato evitato se semplicemente un adulto se ne fosse accorto subito e fosse stato abbastanza vicino da intervenire in tempo!
I bambini vanno protetti dai rischi acquatici che non sono in grado di stimare né di gestire e, al contempo, educati con positività a un buon rapporto con l’acqua, cioè a una giusta acquaticità priva di paure, che diventerebbero immotivate tensioni pronte a radicarsi da adulti, a loro volta foriere di insicurezze perfino nella vita comune all’asciutto, perdendosi vanamente l’eccezionale potenziale educativo del rapporto con l’elemento liquido.
(Le foto parlano: nel sorvegliarlo costantemente a vista e da vicino, il bambino va fatto soprattutto giocare in acqua, in maniera mirata, secondo i principi del metodo ludico guidato; il genitore non deve trasferirgli le proprie paure né ambizioni, magari mollandolo all’istruttore con l’aspettativa di vederlo subito nuotare da campione, in perfetto stile, per vasche su vasche, avanti e indietro, né l’istruttore deve cedere a questa pretesa, che sarebbe semplicemente irrealizzabile: fino ai 9-11 anni di età non si sviluppano ancora quelle capacità coordinative necessarie a risultati del genere. Invece lo scopo è far apprendere in maniera spontanea e gradita, ricca di soddisfazione – quindi con il gioco orientato – schemi psicomotori acquatici che serviranno in maniera impercettibile ma potente per l’ulteriore crescita del piccolo. A questo scopo ogni oggetto, anche di forme e colori e consistenze differenti, trasferito in acqua come strumento ludico, può essere utile al bimbo: per arrivare in modo naturale fino a fargli vestire anche maschera, pinne e snorkel. Quando sarà il momento, quando il bambino avrà l’età psicomotoria più giusta, si troverà con gli strumenti interiori adeguati a diventare un provetto nuotatore e comunque non gli saranno residuate tensioni né paure particolari verso l’elemento liquido, nei confronti del quale terrà sempre l’atteggiamento più consapevole e sicuro.)
Ultima revisione 12/8/2019
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Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
(Lc 10,34)